Feb 102013
 

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L’Italia potrebbe trovarsi a fare i conti con un numero maggiore di derivati in scadenza.

traduzione dell’articolo di Matt Cameron su Risk Magazine visibile in lingua inglese al link
http://www.risk.net/risk-magazine/news/2166032/italy-swap-terminations

I Politici italiani sostengono che i Derivati in scadenza della Morgan Stanley nel mese di gennaio saranno un fatto isolato – ma gli operatori del settore dicono che il Ministero del Tesoro Italiano è soggetto ad altre clausole che potrebbero avere gli stessi effetti. I politici italiani il mese scorso sono stati coinvolti in una difficile contrattazione su quattro derivati tra il Ministero del Tesoro ( l’Ufficio dei debiti del paese) e la Morgan Stanley, che sono stati chiusi da parte della Banca americana nel mese di gennaio, costringendo l’Italia a pagare €2,567 miliardi. Secondo il sottosegretario all’istruzione, l’ italiano Marco Rossi Doria, le cui osservazioni sono state pubblicate nei resoconti parlamentari del 15 marzo, si è trattato di una situazione eccezionale, Marco Rossi Doria ha detto che i contratti contenevano clausole ATE (alternative termination event) che permettevano alla Morgan Stanley di chiudere la contrattazione in modo alternativo se l’Italia fosse stata declassata sotto una certa soglia. Marco Rossi Doria ha sostenuto che il Tesoro non ha nessun altro contratto che contenga clausole ATE. Questo può essere vero – ma gli operatori del settore dicono che è improbabile che questa sia l’intera storia. Le clausole di tipo ATE solo una delle tipologie delle clausole che consentono alla controparte di interrompere un contratto, possono esserci anche clausole che includono opzioni che permettono ad  una o ad entrambe le controparti di terminare in momenti specifici nel corso della durata del contratto, clausole che sono conosciute con il nome di ‘Break clauses’. Se esistono contratti che contengono ‘Break clauses’ con il Tesoro, altre banche, che ne avessero interesse, potrebbero scegliere di seguire l’esempio della Morgan Stanley.
Un banchiere europeo che ha visto i dettagli di un certo numero di contratti da saldare tra il Tesoro ed altre controparti, afferma che almeno due contratti contengono ‘Break clauses’ uno di questi contratti sarebbe esercitabile tra pochi mesi. Altre banche contattate da Risk hanno rifiutato di dire se i propri contratti con il Tesoro contenessero ‘Break clauses’, ma due di queste , hanno detto che era legittimo pensare che alcune banche avessero quelle clausole “ Volete sapere se io penso che ci siano ‘Break clauses’ nei contratti con l’Italia? Certo che lo penso. Ci sono alcuni grandi portafogli , con alcuni contratti non assicurati di vecchia data, quindi c’è un’alta probabilità che alcune banche abbiano tali clausole nei loro contratti,” afferma il capo dell’ ufficio Rettifica del Valore del credito (CVA) di una banca statunitense. Le finanze pubbliche non amano essere soggetti a ‘Break clauses’. Quattro “Uffici del Debito” contattati da Risk hanno dichiarato che uno o più, delle loro controparti, hanno recentemente cercato di inserire Break clauses’ nei contratti. In ogni caso, gli’uffici del debito hanno  rifiutato. Tuttavia, secondo il banchiere europeo, alcuni dei contratti swap del ministero del Tesoro italiano contengono delle Break clauses’ perché vengono utilizzati tradizionalmente contratti swap per la gestione amministrativa di lunga durata – pagando tariffe fisse per garantire il costo a lungo termine del finanziamento –e alcuni dei suoi contratti da pagare sono di vecchia data e arrivano fino a più di 40 anni di durata. Il banchiere europeo ha affermato che “A causa della natura di lunga durata dei loro contratti , alcune banche hanno insistito sulle Break clauses’ . Le banche sono diventate sempre più sensibili al capitale e ai costi del finanziamento derivanti da transazioni con la finanza pubblica. La necessità di obbligazioni per il finanziamento può sorgere se un contratto è soggetto a un accordo collaterale nel quale solo il rivenditore ha l’obbligo di offrire beni collaterali – questo significa che se un rivenditore si è coperto conducendo un compensazione commerciale sotto i termini di un credito bidirezionale come supporto allegato, non riceverebbe alcuna garanzia dalla finanza pubblica qualora il valore del contratto del primo fosse a suo favore, ma sarebbe richiesto di offrire un bene collaterale per proteggere la sua controparte , creando un obbligazione per il finanziamento. Inoltre i costi del capitale sono fissati in modo da aumentare in seguito ai costi di Basilea III in arrivo per la Rettifica del Valore del credito( CVA) . Uno degli aumenti principali dei costi è l’esposizione della banca alla controparte, che può essere ridotta solo dalla offerta di collaterali o dalla copertura con credit default swap (CDS). L’uso di CDS in questo contesto potenzialmente dà luogo a un ciclo di feedback debilitante in cui un aumento dell’esposizione produce richiesta di protezione, e un conseguente aumento della CDS si diffonde, con gli spread di riferimento che contribuiscono ad un ulteriore incremento nell’esposizione. Discussioni sull’implementazione della legislazione europea per Basilea III hanno visto sia il Parlamento europeo che il Consiglio dell’Unione europea, proporre che il commercio con le controparti della finanza pubblica sia esente dall’aggravio del CVA. Secondo i dati pubblicati dall’autorità bancaria europea in dicembre come parte del piano di ricapitalizzazione della banca, un certo numero di istituzioni europee hanno una significativa esposizione di contratti derivati con l’italia come controparte – e quindi implicitamente hanno un grande requisito patrimoniale di Rettifica del Valore del credito . BNP Paribas ha riferito che era a credito per la somma di €2,96 miliardi, la Deutsche segnalava un’esposizione positiva di €2,44 miliardi. Due banche italiane – Intesa Sanpaolo e UniCredit – erano entrambi in credito ciascuna di oltre €1 miliardo, come Dexia Group. I contratti terminati da Morgan Stanley sono stati chiusi il 3 gennaio, secondo le trascrizioni parlamentari di Marco Rossi Doria. Sono incluse due “interest rate swaps” e due” swaptions”. Il Tesoro è stato costretto a pagare il valore attuale netto del commercio di Morgan Stanley, che ammontava a € 2,567 miliardi – e l’impatto della Rettifica del Valore del credito della chiusura è diventato pubblico quando la banca americana ha riferito i risultati del quarto trimestre il 19 gennaio. Tuttavia, la spiegazione di Marco Rossi Doria sulla clausola ATE(alternative termination event) è stata accolta con scetticismo dal parlamentare Antonio Borghesi, che ha sottolineato i collegamenti tra Morgan Stanley e la politica italiana. “Bontà, nessuno pensa che è un crimine che il figlio del primo ministro lavora per Morgan Stanley e il capo manager di Morgan Stanley in Italia sia Domenico Siniscalco, che fu ministro dell’economia e delle finanze in uno dei precedenti governi Berlusconi. Naturalmente, la trasparenza in questi casi è necessaria perché, prima di mettersi a un ipotetico conflitto di interessi – che basta solo che sia ipotetico per avere effetti negativi – deve essere fatta almeno un po di resa dei conti “ha detto. Morgan Stanley ha rifiutato di commentare. Il valore nazionale totale di strumenti derivati scambiati dal Tesoro, secondo Marco Rossi Doria, stava intorno a €160 miliardi, a partire dal 31 gennaio 2012 – circa il 10% della dimensione del debito italiano. Questo comprendeva circa €100 miliardi in “interest rate swaps”, €36 miliardi in “cross-currency swap” e €20 miliardi in “swaptions”. Il Tesoro ha rifiutato di commentare, mentre Doria e Borghesi non è stato raggiungibile per un commento.

 

 

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